Agave attenuata
succulente

Agave: parola d’ordine resilienza

Se penso a questa pianta straordinaria, la prima parola che mi viene in mente è resilienza. Non a caso, l’agave è per definizione la pianta centenaria. Secondo la tradizione, infatti, impiegherebbe almeno cento anni a realizzare l’unico vero obiettivo di tutta una vita: fiorire. In realtà, non è propriamente così, ma la sua storia ricca di pathos e drammaticità ha ispirato, nel tempo, la penna di poeti del calibro di Eugenio Montale, Federico Garcìa Lorca, Primo Levi.

Mi piace riproporre proprio una poesia di Primo Levi, dedicata a questa splendida pianta. Negli ultimi anni della sua vita, questo autore, ci regala una produzione artistica di poesie dove i temi della natura vengono sapientemente utilizzati per creare delle metafore. Ecco quindi che animali e piante parlano mettendo a nudo la loro anima come forma di testimonianza per non smettere di ricordare. Si tratta in fondo di poesie molto autobiografiche e tra queste forse “Agave” è la più incisiva e struggente.

La storia e la vita di questa pianta, così simile a quella di Primo Levi, ci aiuta a capire in poche righe il tormento della sua esperienza nei lager nazisti e il disappunto per quella sorta di riluttanza della società a riconoscere ed accogliere un superstite che con linguaggio nudo e crudo altro non faceva che raccontare la realtà dell’inferno al quale era sfuggito.

Ciò che conta è che alla fine la verità, anche se brutta o dura, è più forte di ogni altra cosa ed il suo frutto, che è la testimonianza, prima o poi sarà accettata e riconosciuta da tutti proprio come il fiore dell’agave, perché impossibile è girarsi dall’altra parte e far finta di non vedere.

Agave in fiore

AGAVE

Non sono utile né bella,
non ho colori lieti né profumi;
le mie radici rodono il cemento,
e le mie foglie, marginate di spine,
mi fanno guardia, acute come spade.
Sono muta. Parlo solo il mio linguaggio di pianta, difficile a capire per te uomo.
È un linguaggio desueto,
esotico, poiché vengo di lontano,
da un paese crudele
pieno di vento, veleni e vulcani.
Ho aspettato molti anni prima di esprimere
questo mio fiore altissimo e disperato,
brutto, legnoso, rigido, ma teso al cielo.
E’ il nostro modo di gridare che
morrò domani. Mi hai capito adesso?

 (10 settembre 1983 da “Ad ora incerta”, Garzanti, 1984)

Le origini

Le piante di Agave furono scoperte sul finire del lontano 1400 da Cristoforo Colombo nelle isole Caraibiche. Esse furono portate in Europa, per la prima volta, soltanto dopo la conquista del Messico nella seconda decade del 1500 ad opera di Hernán Cortés, che in nome di re Carlo I di Spagna, conquistò quei territori annettendoli all’impero spagnolo. Inizialmente quella particolare pianta venne definita dagli europei,  “aloe americana” per la grande somiglianza con l’aloe proveniente dall’Africa e già ampiamente conosciuta.

Aloe Americana

Nel 1753 il medico, botanico e naturalista svedese Linneo, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, le attribuì il nome Agave. Il termine Agave deriva dal greco e significa “illustre” “nobile” “meraviglioso”. Il perché abbia scelto proprio questo nome, non è dato saperlo, possiamo immaginare che sia stato ispirato dal portamento, dalla bellezza della pianta ma potremmo anche immaginare che il motivo risieda in una sorta di parallelismo tra la storia originale della pianta nella sua terra di provenienza e la mitologia greca.

Quando Cortés e gli spagnoli arrivarono in Messico, l’agave era una pianta molto diffusa e molto utilizzata dai popoli nativi per il loro sostentamento quotidiano. Essa aveva già dei nomi come metl, mexcatl, maguey, ancora usato nel Messico centrale. Intorno all’origine dell’agave c’è una leggenda dalle molteplici versioni che racconta una tragica storia.

La Dea Mayahuel

Si narra che il dio primordiale Ehécatl-Quetzalcóatl, detto anche serpente piumato, creatore della Terra e dell’uomo, volle fare dono alle sue creature del sentimento dell’amore che avrebbe portato loro gioia e risvegliato i loro spiriti. Per fare questo dovette chiedere aiuto a una bellissima Dea di nome Mayahuel, la quale era in possesso di una pianta magica in grado di risvegliare i cuori e le menti degli umani.

Mayahuel viveva in un posto tra il sole e le acque chiamato Ilhuicacitlalco , territorio delle stelle femminili, belle e giovani, che si manifestavano solo fuori e di notte e che erano sotto il comando della temibile Tzitzímitl. Quest’ultima era demone celeste il cui scopo era impedire al sole di sorgere ogni giorno.

Tzitzímitl era la custode di Mayahuel e non le avrebbe mai permesso di uscire dal recinto entro cui era prigioniera. Un giorno Quetzalcóatl, nella sua forma di spirito del vento, arrivò leggero come una brezza da Mayahuel convincendola a seguirlo sulla Terra. I due ben presto si innamorarono ma temendo l’ira di Tzitzímitl, si trasformarono in un albero formato da due rami. Uno era il Prezioso Salice,  Quetzalhuéxotl , ed era il ramo del Dio del Vento; mentre l’altro era un il ramo Fiorito ,  Xochicuáhuitl  ed era quello di Mayahuel. I due rami si intrecciarono in un’unione divina con l’intenzione di restare così per sempre.

La terribile vendetta di Tzitzímitl non si fece però attendere e con al seguito le sue Tzitzimime, scese sulla Terra alla ricerca della giovane. Non appena vide  il ramo dell’albero in fiore, Xochicuáhuitl, Tzitzímitl riconobbe immediatamente la giovane donna, si precipitò verso di lei e dilaniò il suo corpo dandolo in pasto alle Tzitzimime. Dopo la terribile punizione, i demoni risalirono al cielo senza toccare il Prezioso Salice, Quetzalhuéxotl.  A quel punto, il Dio del Vento si staccò dal suo ramo e andò alla ricerca dei resti della sua amata. Prese quei resti che erano già ossa e non più legno e si preparò a seppellirli, il suo pianto disperato e inarrestabile inzuppò la Terra.

La giovane Mayahuel non era però destinata a diventare polvere e dopo qualche tempo, nel luogo in cui riposavano le sue spoglie, nacque una bellissima pianta. Alla fine il  Dio del Vento riuscì a riportare in vita la bellissima Mayahuel.

Le piccole ossa di mani e piedi divennero radici, il cuore divenne la pigna centrale, e le costole divennero foglie robuste contornate di spine a proteggere il cuore della pianta. Un cuore che aveva assorbito le lacrime del dio Ehécatl, e che si sono trasformate in un liquido preziosissimo capace di placare tormenti e sofferenze, l’idromele.

rito sacrificale presso gli Aztechi

Questo liquido alcolico definito pulque veniva ampiamente utilizzato dagli aztechi nei loro rituali religiosi che avvenivano secondo il loro calendario e che prevedevano i sacrifici umani. Forse la dea Mayahuel facendo loro dono del pulque li aiutò a meglio sopportare lo scempio e gli eccessi che si perpetravano in quelle occasioni. L’agave o maguey forniva loro anche cibo (idromele, miele, aceto), vestiti (coperte e corde, aghi e filo per cucire) e utensili (ciotole, contenitori, tronchi, piastrelle ecc.), nonché carta per i codici. 

La sacerdotessa Agave

Nella mitologia greca, Agave era una donna di nobili e divine origini. Figlia di Cadmo re di Tebe e di Armonia, a sua volta figlia di Ares, dio della guerra e Afrodite, dea della bellezza. Agave ebbe numerosi fratelli e sorelle tra cui Semele, dalla cui relazione con Zeus nacque Dioniso il re dell’ebbrezza, dell’estasi, della liberazione dei sensi. Dioniso, prima di ascendere all’olimpo, peregrinò per la Terra.

Baccanti e Satiri al seguito di Dioniso

Al suo seguito c’erano le Baccanti e i Satiri che non si separavano mai da lui. Mentre i Satiri erano i suoi guardiani, le Baccanti o Menadi, di cui Agave faceva parte, erano le sue sacerdotesse. Queste donne si abbandonavano completamente alla volontà del dio, in uno stato di perenne delirio mistico totalmente estraniate dalla realtà.

Raffigurate solitamente nude, o coperte solo con pelli di daino, portavano una corona d’edera e tra le mani stringevano un bastone di legno definito tirso. Divennero celebri per i cosiddetti Baccanali ossia le feste in onore di Dioniso celebrate in varie città della Grecia. Durante queste feste, ogni freno inibitorio veniva abbandonato, gli istinti venivano liberati, la normale decenza dimenticata. La cerimonia del culto raggiungeva il suo apice con il pasto rituale durante il quale le Baccanti, nel tentativo di assimilare il Dio, dilaniavano e divoravano vivo un animale.

Agave aveva un figlio di nome Penteo che prese il posto del nonno Cadmo alla guida di Tebe. Quando Dioniso volle entrare a Tebe per stabilire il suo culto e con esso anche le pratiche orgiastiche attorno a cui questo ruotava, incontrò la ferma e decisa opposizione di Penteo, contrario a tutto ciò.

La vendetta del Dio non si fece attendere, indusse Penteo alla follia costringendolo ad assumere le vesti di una Baccante e a prendere parte ad un Baccanale.

Agave uccide Penteo

Agave e le altre sacerdotesse lo scambiarono per un animale e seguendo le regole del rituale lo catturarono  e lo fecero a pezzi. Questo è ciò che racconta il greco Euripide, nell’omonima tragedia del 406 a. C.

Anche nella mitologia greca quindi, Agave è un personaggio segnato da una storia triste e tragica. Un amore così grande e assoluto da portare all’autodistruzione, è questo il fil rouge che lega Agave a Mayahuel ed è questa la ragione per la quale, forse, Linneo ha così battezzato questa spettacolare pianta grassa.

Credit: “Agave attenuata (Schwanenhals-Agave, Foxtail-Agave)” by enbodenumer is licensed under CC BY-NC-SA 2.0; “Agave flowering” by Ales Kladnik is licensed under CC BY 2.0;

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